FRONTE DEL PORTO GENOVA FOREHEAD IN THE PORT GENOA

Viaggi quotidiani

SU DI NOI

 

 

il manifesto del 22 Febbraio 2008

Fronte del porto, la proposta dei camalli genovesi

I portuali genovesi chiedono una legge che metta tutte le banchine nelle mani di una società partecipata al 51% dall'autorità portuale, come avviene in Spagna

Alessandra Fava

Genova

 

Dai blocchi stradali con centinaia di lavoratori nell'aprile del 2007 quando morì il genovese Enrico Formenti, o i copertoni bruciati pochi mesi fa per i due lavoratori asfissiati in una stiva a Marghera, a un progetto che restituisca i terminal alla regia delle Autorità portuali: una ventina di camalli molti con anni di esperienza sindacale, sopita la bagarre dell'indagine giudiziaria, hanno indetto due giorni fa una conferenza stampa nel centro sociale occupato Zapata, per dire che sui porti va fatta una legge nazionale che dia tutte le banchine in mano a una società formata dal 51% dall'Autorità portuale e per il resto dai terminalisti, con lavoratori in qualità di prestatori di mano d'opera.
La proposta vuole far piazza pulita della privatizzazione delle banchine. «Noi immaginiamo una legge a livello nazionale che si estenda a tutti i porti con la sospensione delle concessioni o almeno il non rinnovo man mano che scadono - dice uno dei portavoce del gruppo ribattezzato «Fronte del porto-Genova», Giovanni Cirri, 46 anni, della Compagnia Pietro Chiesa - Qui in Italia è tutta un'anomalia. Abbiamo Gioia Tauro che è un porto pubblico di proprietà privata, a Genova il porto di Voltri è in mano all'Autorità di Singapore e in tanti altri scali. Eppure la legge 84/94 prevede la revoca delle concessioni. Qui a Genova si potrebbe partire dal Multipurpose». Non è un caso che i lavoratori autoconvocati fuori da luoghi deputati citino il terminal delle contese, quello finito nell'inchiesta del pm Walter Cotugno che accusa l'ex presidente dell'Autorità portuale Giovanni Novi e una quindicina di persone di aver taroccato le aste per l'assegnazione del Multipurpose e altri reati come truffa, corruzione e concussione. «Cose che sapevano tutti - dicono i portuali - L'inchiesta ha aperto un vaso di Pandora, ha mostrato la gestione mafiosa del porto e l'occupazione di spazi pubblici». Eppure da lì bisogna ripartire perché il rischio è che finita l'inchiesta, portate a processo alcune persone, si rifaccia una gara per il Multipurpose che riporta a galla le beghe tra i terminalisti.
I camalli chiedono la tutela del lavoro. Il modello è Barcellona con la sua Società statale di carico e scarico Estibarna. «Lì i lavoratori sono prestatori di mano d'opera in una società al 49 per cento è dei terminalisti e al 51 dell'Autorità - spiega Massimo Meucci - e così succede nei porti francesi. Come mai invece da noi si tenta in modo strisciante con una rivisitazione della legge 84/94, avvallata persino dai sindacati, di reintrodurre l'autoproduzione?». Autoproduzione significa che le operazioni d'imbarco e sbarco vengono fatte da lavoratori già presenti a bordo. Questione che nel resto d'Europa ha sollevato una levata di scudi.
I nodi al pettine sono tanti. Fronte del porto li affronta uno a uno in un documento di quattro pagine che chiede anche la trasformazione delle ex compagnie portuali da imprese a servizi d'interesse generale come gli ormeggiatori e i rimorchiatori; la costituzione di un fondo di solidarietà in modo che il mancato lavoro delle ex compagnie venga pagato con la merce e non dall'Inps e una tariffa nazionale sul costo del lavoro.
Se la prima parte dell'incontro si tiene in toni calmi dopo un po' la rabbia esplode. «Vent'anni fa eravamo i califfi, oggi abbiamo le pezze al culo», dice Luca Franza. E Daniele Bordo gli fa eco: «Nu ga femmu ciù. Per i terminalisti nessuna pietà («affittacamere lontani dall'europeismo»), un messaggio «il porto non è più uno scagno», una bottega. Cirri alla fine regala anche un excursus storico: «la Repubblica genovese non ha mai privatizzato un molo, quando quelli del formaggio che avevano un'esclusiva non rispettavano più le regole li hanno mandati a quel paese. Fuori delle mura». Messaggio più chiaro non poteva arrivare a Palazzo San Giorgio, dove si è appena insediato il nuovo presidente Luigi Merlo.