Walter Fabiocchi e Ivano Bosco: "Terminal flessibili in grado di accogliere sempre il traffico"
"Il porto delle imprese? Superato"
La Cgil: modello troppo rigido, dobbiamo cambiarlo
"Ogni nuova riflessione deve però mettere al centro il lavoro"
L´inchiesta della magistratura ha evidenziato i limiti di un sistema portuale che ha fatto il suo tempo. Nessun dubbio sull´analisi firmata dai vertici della Cgil, il sindacato largamente più rappresentativo fra i lavoratori del porto. Per questo, spiegano il segretario della Camera del Lavoro Walter Fabiocchi e quello della Filt-Cgil genovese Ivano Bosco, è venuto il momento di andare oltre, di trovare un modello più flessibile, realmente in grado di far ripartire questo porto squassato dalle inchieste e nuovamente minato nella sua immagine dal lungo stop del terminal di Voltri e dalle continue liti fra privati. E al centro di questa riflessione c´è l´elemento di forza del porto, la Compagnia Unica, «oggetto di attacchi pretestuosi proprio nel momento in cui sarebbe più necessario ricompattare i lavoratori». Fondamentale, quindi, secondo i sindacalisti, è non cadere nelle tante trappole di chi ha obiettivi diversi dallo sviluppo. «La vicenda giudiziaria ha fatto emergere tutti i limiti dell´organizzazione attuale del porto - spiegano i due - Ora si può dire: la scelta di spezzettare il porto non è stata vincente, la crescita dei traffici è stata limitata e la conflittualità è cresciuta. E´ giunto il momento di un ripensamento». Facile (nemmeno tanto) a dirsi, più complesso a farsi. Ma Fabiocchi e Bosco individuano la strada: un grande patto fra tutte le forze coinvolte nella portualità (istituzioni, authority, imprese, sindacato, lavoratori) che sancisca la possibilità di sfruttare al meglio gli spazi portuali a seconda della loro reale necessità. Una spallata allo strumento delle concessioni? «No, siamo subito chiari, noi non vogliamo riproporre modelli pubblici - spiegano Fabiocchi e Bosco - Noi diciamo una cosa diversa, parliamo di un accordo che, sotto l´egida dell´authority, dia la possibilità di andare oltre questa rigidità che ha trasformato il porto di Genova in tanti piccoli porti. Chiediamo che questo porto esalti la sua polifunzionalità e non si pieghi solo al container, e si rimetta in movimento partendo dalla sua parte più sana, che è quella del lavoro». Secondo i sindacalisti, questa riflessione può ridare anche centralità al ruolo dell´authority e consentire alla Culmv di operare al meglio. «Sappiamo bene però che senza un dialogo forte fra la città e il porto tutto questo non potrà mai mettersi in movimento - continuano i due - Bisogna accantonare le tensioni e lavorare per un obiettivo comune. Il presidente Merlo si avvalga della sua struttura, al cui interno ci sono altissime professionalità, e rilanci un patto virtuoso con le istituzioni, gli operatori, il mondo del lavoro». Forse, paradossalmente, anche un colpo come quello dell´inchiesta può essere "capitalizzato" e sfruttato per far ripartire lo scalo. «Un anno fa abbiamo firmato l´accordo per il waterfront - dicono - Ripartiamo da lì, vediamoci per capire se quei criteri sono ancora validi. Ora non è il momento di fantasticare con i grandi numeri, bisogna recuperare un presente che sia libero da conflittualità e da veleni. Il Vte è stato fermo un mese (e ora scatterà uno sciopero dal 3 al 10 marzo n. d. r.), la trattativa con la Maersk è molto critica, ci sono da affrontare tutte le partite delle società partecipate. Siano il presidente Merlo e il sindaco Vincenzi a convocare tutti i soggetti attorno al tavolo». Un invito diretto che è già denso di contenuti e muove da una considerazione di fondo: il valore e il peso che in questo rilancio dovranno avere i lavoratori del porto. «A loro bisogna garantire continuità del lavoro, sicurezza, dignità e riconoscimento economico - dicono Fabiocchi e Bosco - Non mi sembra che finora ci sia stata un´equa distribuzione della ricchezza in porto. E lo diciamo in questo momento che si sta ridiscutendo il patto del lavoro fra imprese e compagnie».
